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 chia La Pania

 La nostra storia
(Le notizie sono tratte dalla pubblicazione edita dalla Società del Nicchio in occasione del 50 esimo anniversario della Fondazione della Società La Pania)

 

  • I Convenuti della Befana 1

  • Il mal del calcinaccio, primi sintomi 11

  • Un rifugio e una grande famiglia 20

  • I pionieri degli anni cinquanta 32

  • Il mal del calcinaccio, due 49

  • Lo sportivo ruspante 57

  • 1957: la Pania compie 10 anni 67

  • Ballando, ballando 92

  • Gestione diretta o gestione indiretta : questo è il dilemma 101

  • Le antenate della Fiera 119

  • Dalla fettunta alla nouvelle cousine 131

  • Lo sportivo fa sul serio 144

  • Il mal del calcinaccio, tre 158

  • I ruggenti anni ottanta 167

  • Il mal del calcinaccio, quattro 174

  • La Fiera fa le nozze d'argento 179

  • Il mal del calcinaccio, cinque (e sei) 183

     

     

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    ...Nel 1946 la guerra era un ricordo del giorno prima. La vita andava avanti, certo, e anche le contrade, e anche il palio sopravvivevano. Ma cinque anni di interruzione avevano lasciato il segno; lontananze forzate - guerre nei più sperduti angoli della terra; prigionie lunghe che avevano interrotto affetti, amicizie e conoscenze -; voglia di riprendere la vita di "prima" ma con la consapevolezza che, in realtà, nulla sarebbe più stato come "prima". Il palio aveva ricominciato la sua vita; le contrade, in realtà, mai L’avevano interrotta. Così, se le bandiere avevano accolto la prima jeep dei liberatori nel luglio del 1944, appena un anno dopo si era tornati a coprire Piazza del Campo con un anello di tufo e si era tornati a trepidare per un cavallo e per un pezzo di stoffa dipinta.

    Ma in quel 1946, appunto, c'era la consapevolezza che nulla sarebbe stato come prima della guerra: la contrada doveva essere più di prima territorio di comunità di affetti; di amicizie; di solidarietà. la contrada doveva, insomma, ancora una volta - come altre volte era successo - saper vedere "oltre" al palio: farsi strumento non solo della festa e del rito ma, altrettanto, dell'organizzazione della vita  comune.

    Non fu niente di diverso da questo a spingere un gruppo di Nicchiaioli, la sera del 5 gennaio di quell'anno, a porsi l’esigenza di un "qualche cosa" di comune: un "luogo" in cui ritrovarsi, in cui parlare di palio (ma non solo di esso), e di contrada (ma non solo di essa) per i Nicchiaioli (ma non solo per essi). I loro nomi, la contrada, li conosceva bene: erano di quelli che l’avevano "fatta"; in certo modo, la contrada; e che avrebbero continuato a "farla" per anni ancora. Perché erano di quella gente che nella contrada c'era nata, che la portava dentro, che la viveva come una parte della vita, inscindibile da quest'ultima. Renato Fattorini e Guido Fattorini, Italo Migliorini, Gino Rossi, Cristoforo Arrigucci, Otello Damiani, Alfio Moscatelli, Osvaldo Susini, Ezio Fattorini e Bruno Scali, Gino Mazzeschi e Carlo Bianciardi, Raffaello Lusini e Lido Landozzi. Il protocollo da essi firmato era di una sinteticità che diceva, tuttavia, tutto: "Si sono riuniti i seguenti contradaioli ed hanno costituito la Società Ricreativa del Nicchio, aderente alla Nobile Contrada del Nicchio". Erano le otto di sera; i convenuti firmarono e si salutarono: era la vigilia dell'Epifania. A casa i bambini aspettavano per la cena e per scartocciare i regaletti che quell'austera e povera prima befana di pace gli avrebbe portato.

    Società "aderente" alla contrada: come nella migliore tradizione dell'associazionismo contradaiolo che, dall'Ottocento, aveva fatto di questi sodalizi associazioni dotate di una totale autonomia statutaria, finanziaria, amministrativa e gestionale. Era la "seconda casa" dei Nicchiaioli quella che nasceva , rivolta, certo, a chi nel Nicchio c'era nato, ma non chiusa nemmeno a chi, non Nicchiaiolo, nel Nicchio tuttavia ci viveva: libero, quest'ultimo, se lo voleva, di aderire ad un sodalizio organizzato per il tempo libero pur continuando a trepidare per un'altra bandiera. Non ce ne furono molti, nel tempo, di soci di quest'ultimo tipo, ma, tuttavia, qualcuno ce ne fu; a ricordare sempre che, almeno all'origine, la contrada era una cosa e la società - ancorché con quest'ultima collegata - era una cosa del tutto diversa.

    Non era la prima volta che nel Nicchio nascevano società di contradaioli o di abitanti del rione, ma questa aveva un aspetto che le altre non avevano avuto: non mutuo soccorso e non solo organizzazione del tempo libero o pretesto conviviale. Questa stava costruendo una nuova articolazione di essere della contrada e nella contrada.

    Il primo passo era stato fatto: ora si dovevano fare tutti gli altri successivi. Ed erano i passi sostanziosi: quelli che avrebbero fatto vedere se L’intuizione degli intelligenti e generosi "convenuti" della sera Befana era destinata a restare una pia aspirazione o se poteva mettere le gambe per camminare.

    Le mise.

    Fu buttato giù il primo statuto: associazione aperta a tutti i contradaioli ma anche chiunque abitasse da almeno due anni nella contrada (a sottolineare la già ricordata caratteristica "topografica" del sodalizio. Nel 1949, anzi, si specificò la diversificazione fra soci effettivi e soci frequentatori); poteva diventare socio chiunque avesse compiuto almeno i 15 anni di età. Le finalità erano semplicissime: prima di tutto, certo, organizzare il tempo libero in termini di intrattenimento e divertimento; ma in seconda - e forse più importante battuta ­indicare un modo di essere contradaioli, e aiutare la contrada devolvendole gli utili dell'esercizio della società.

    Ci si iscriveva versando una quota separata da quella che il contradaiolo destinava, invece, alla contrada: 25 lire per entrare a far parte; 60 lire annue per sostenere L’iniziativa. E 60 lire, nel 1946, non erano una cifra simbolica: per pagarle, si poteva rateizzare l’impegno suddividendole in dodici rate mensili di 5 lire (per dare L’idea del valore di questa cifra a chi è troppo lontano anagraficamente da quegli anni, si ricorderà che nell'immediato anteguerra con 5 lire si faceva la spesa quotidiana per una famiglia numerosa e benestante). Nel 1946, cinque lire valevano già molto di meno ma ancora valevano)

    L'idea dei "convenuti della Befana" piacque. I contradaioli risposero con entusiasmo e gli stessi promotori dell'iniziativa si trovarono costretti a stringere i tempi di realizzazione. Fu necessario subito dotare il sodalizio di un organismo dirigente, ancorché provvisorio, fu presieduto da Robustino Guerrini (un altro personaggio che alla contrada aveva, e avrebbe ancora a lungo, dedicato tempo, energie e passione, e che in questo stesso 1946 era anche vicario della contrada). Con lui c'erano Ezio Fattorini (vicepresidente), Italo Migliorini (segretario), Arturo Malatesta (cassiere), Cristoforo Arrigucci (economo). Consiglieri erano Alessandro Capitani, Aroldo Chiavistrelli, Otello Damiani, Ilio Farfarini, Guido Fattorini, Enzo Marzocchi, Alfio Moscatelli e Bruno Scali. Ora si trattava di presentare il progetto alla contrada. Non era passato nemmeno un mese dalla riunione di gennaio: il 2 febbraio (Candelora: da data "sacrale" a data "sacrale": quasi ci si fosse voluti premunire contro gli insuccessi scegliendo per le scadenze sempre giorni legati al ciclo del calendario liturgico cristiano). Guerrini espose il progetto: il seggio approvò; per bocca del priore - che era Gastone Cesari - espresse la propria soddisfazione per l’iniziativa, e, addirittura, come si direbbe oggi, "si fece carico".

     

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    I problema, infatti, era adesso quello di reperire un locale che potesse ospitare l'associazione. Mica facile trovarne uno che fosse nel territorio della contrada e che fosse economicamente abbordabile.

    Qualche cosa, alla vista, si materializzò: era un locale - anche abbastanza vasto - al numero 30 di via dei Pispini: tre quartieri più terreno. Ma lo scoglio era il costo. La contrada era disponibile a partecipare alla spesa, ma non poteva coprire tutto il fabbisogno: c'era bisogno del concorso di tutti i contradaioli. La commissione nominata per studiare il problema si rivolse al corpo della contrada: la neo-società - si leggeva nella circolare che i Nicchiaioli si videro recapitare - sarebbe servita a cementare sempre più e sempre meglio la passione e l’entusiasmo" e avrebbe avuto inoltre lo scopo di rendere alla contrada quel "tangibile aiuto, soprattutto finanziario per conquistare in occasione di sorte benigna L’agognata vittoria del Palio".

    Capacità profetiche a parte (da lì a poco più di un anno la sorte benigna di cui sopra avrebbe debitamente fatto il suo dovere, e la società avrebbe messo a disposizione della contrada 5.000 lire come contributo alle spese sostenute per la vittoria) si chiedeva ai Nicchiaioli di farsi carico di un prestito infruttifero, basato su azioni del valore nominale di 500 lire (che era una bella somma) rimborsabili e garantite dal valore dell'immobile stesso e delle altre proprietà della contrada. "Nicchiaioli - concludeva la circolare-proclama - dimostrate con i fatti il vostro attaccamento alla Contrada del cuore, e fate che il sogno si traduca quanto prima in realtà; il patrimonio della Contrada ne riceverà un notevole incremento ed il Nicchio, al pari di molte altre Consorelle, avrà finalmente una propria Società ed un proprio locale, degni delle sue tradizioni e auspicio di nuove vittorie. Viva il Nicchio".

    La risposta ci fu, ma i problemi non si risolsero facilmente. Il proprietario dell'immobile intendeva vendere tutto e tutto insieme: la Contrada - anche con il contributo delle obbligazioni sottoscritte dai contradaioli - non poteva far fronte alla spesa. Si ricorse ad una scappatoia: la Contrada avrebbe acquistato una parte dell'immobile, e un'altra parte sarebbe stata acquistata da contradaioli disposti, in seguito, a cederla alla società quando quest'ultima avesse avuto le disponibilità per farlo. Due Nicchiaioli - Gaetano Salvatori e Aroldo Chiavistrelli (peraltro membri della commissione che doveva trovare soluzione al problema) si dichiararono disposti all'acquisto e alla successiva cessione alla Contrada; poi, la questione si concluse con il subentro di un altro Nicchiaiolo - Cesare Marchesi - al posto del Chiavistrelli. Così fu possibile finalmente ratificare la vendita: la contrada acquistava la parte che le era indispensabile per il primo impianto della società, e i due contradaioli acquistavano il resto.

    Era il primo atto di quello che, scherzosamente, i Nicchiaioli avrebbero definito, parlando del continuo affannoso lavorio di incremento e adattamento dei loro locali, il "mal del calcinaccio".

    una sindrome che avrebbe costituito il filo rosso della storia della Pania fino ai giorni nostri.

    I "Convenuti della Befana" avevano acceso il motore. Ma ora la società viveva per un impegno corale: dei tanti Nicchiaioli che avevano sottoscritto per farla decollare, e di quanti mettevano a disposizione il loro tempo e le loro energie per farla funzionare.

            torna all'indice          Un rifugio e una grande famiglia

    Era nata, con la società, una struttura che costituiva il rifugio e la grande famiglia dei contradaioli; nel modesto locale al piano terreno (un sottoscala) ci si riuniva per giocare a carte e bere. Al tempo della gazzosa e della granita (la Coca Cola era un oggetto sconosciuto) la bevanda dominante era il vino, e lì, in quel bugigattolo, il vino scorse a fiumi di fiaschi con le relative conseguenze. Si acquistava a fiaschi dal dirimpettaio bar della "Rondine", e non c'era bisogno di alcun servizio: gli avventori si riempivano il bicchiere da soli e da soli provvedevano a versare il dovuto nella cassa. Più tardi, si sarebbero fatte le cose in grande, dando vita a vere e proprie performance bibitorie come, ad esempio, la "gara della damigiana" consistente nel bere direttamente senza bicchiere da una damigiana di 25 litri. Vinceva chi stava più "attaccato" prima di essere inondato di vino. Per precauzione, i concorrenti si mettevano un bavagliolo di carta gialla. Pare che fra i campioni da battere ci fosse il tabaccaio Gaetano Salvatori, detto comunemente "Gano".

    E la maggior parte degli aneddoti - o delle leggende metropolitane - che si formarono nei primi anni della Pania ebbero proprio il vino come protagonista e creatore di personaggi: il vecchietto Brando che veniva riportato via sopra un furgoncino perché incapace di reggersi in piedi ma ancora perfettamente in grado di pretendere un altro fiasco; i due tipi bassetti che, rispettivamente dalle Taverne e da Poggio al Vento passavano ore a bere senza che nessuno capisse dove riuscivano a mettere tutto quel liquido e che poi, al momento opportuno, scioglievano un inno al ben noto locale nel quale si  spacciavano dietro pagamento le grazie muliebri, in via Rialto 16, cantando "Si va al casino senza paura, nemmeno la pula ci può fermare"; quello di loro due che una notte d'inverno, mentre nevicava che la mandava giù il padreterno, partì in bicicletta dalla società e arrivò solo al Chiesino dei Due Ponti perché lì la sbornia lo sopraffece e lo ritrovarono la mattina dopo in mezzo alla neve che, dato il calore che il tizio emanava, si era tutta sciolta all'intorno. Non ci si sorprende, dunque, se il conto dell'acquisto del vino per l’anno 1949 presentò la strabiliante (per L’epoca) cifra di un milione e mezzo di lire. E si noti che, allora, un bicchiere di vino non costava più di 15 lire.

    Qualcuno, fra un gotto e l’altro, amava anche il moka, e ci si attrezzò con una macchina che, però, da lì a pochi anni era già inadeguata. Quando nel 19.50 si propose di acquistarne una nuova, l'economo - all'epoca Arturo Poggi - illustrò i preventivi di spesa che si aggiravano fra le 90 e le 100.000 lire. Cifre da capogiro, all'epoca, tanto che lo stesso economo, a conclusione della sua esposizione, commentò che non si potevano nemmeno prendere in considerazione. Ma la soluzione c'era: Arturo Malatesta poteva mettere disposizione una macchina a due beccucci che faceva fino a 12 caffè. Il valore era ancora alto ma più abbordabile: 19.000 lire, che, peraltro, il Malatesta stesso si impegnava a ridurre ulteriormente di 4.500 lire, impegnandosi a rilevare la macchina vecchia. Quando nel 1949 furono sborsate ben 18.000 lire per acquistare un apparecchio radio all'altezza delle necessità parve che le attività sociali si fossero ormai indirizzate verso una strada "alla grande". La risposta dei contradaioli in termini di frequentazione della nuova società, infatti, si era dimostrata superiore ad ogni aspettativa: nei primi quattro mesi del 1947, ad esempio, la società fece registrare un utile di oltre 100.000 lire (due anni più tardi, nel 1949, la società avrebbe potuto devolvere alla contrada la somma non trascurabile di 40.000 lire).

    I servizi erano assicurati dagli stessi consiglieri: la delibera di consiglio del 24 giugno del 1947, ad esempio, specificava che i turni al "buffet" erano così disimpegnati, nel corso della settimana: lunedì, Gaetano Salvatori; martedì Carlo Bianciardi; mercoledì Sergio Meattini; giovedì Enzo Marzocchi; venerdì Ezio Fattorini; sabato Cristoforo Arrigucci; domenica Francesco Ciardi.

    La compagnia era esclusivamente maschile. Le donne, in quelle stanze arredate alla meglio, non ci mettevano piede; i ragazzi nemmeno: erano il porto di approdo di gente che di giorno lavorava sodo e che, alla sera, si concedeva qualche ora di evasione dalle preoccupazioni del lavoro e dalle cure della famiglia. Specchio della società dell'epoca, non c'è dubbio: specchio di una cultura specifica che però, al momento, era la cultura corrente e sulla quale nessuno trovava granché da ridire. Porto nel quale si dava sfogo ad una - antropologicamente rituale, convenzionale e, in definitiva, più che simbolica, falsa - vena di misoginia. Si doveva fare: gli uomini, quando si ritrovavano da soli dovevano fingere il disprezzo dell'altro sesso: "Chi gettò la moglie nel rio, chi la gettò? Sia benedetto da Dio chi la gettò. E con una rete sfondata la pescherò. E nel profondo del rio L’amore mio io lascerò" era (parodia di una canzoncina popolare) uno dei canti preferiti, agli inizi degli anni Cinquanta, dai frequentatori della società. Quanti, dunque, si addentravano nel locale arredato alla bell'e meglio non disdegnavano il tradizionale "gotto", e tanti gotti messi insieme bloccavano le lancette degli orologi e la memoria, per cui restava difficile distinguere la notte dal giorno (ma la colpa era anche dei locali che non avevano finestre), e così il "soggiorno obbligato" divenne per alcuni una consuetudine. Si diceva allora che quando uno entrava in quei locali ci rimaneva "impaniato".

    E la società fu battezzata: da ora e per sempre sarebbe stata "la Pania". La "vulgata" vuole anche che il nome abbia una paternità: Dante Marzocchi, detto "Gambino".

    L'arredo, appunto, era fatto come era possibile e tale caratteristica avrebbe mantenuto anche in seguito: banchi di bar dismessi, ristrutturati e offerti a titolo pubblicitario, attrezzature da cucina, frigo e arredi vari reperiti presso tramite rapporti di amicizia e ritirati con la "promessa a pagare". Perfino il portone dell'ingresso - quello che ancora si vede che andò a sostituire la portaccia sgangherata che sbarrava i primi locali - sarebbe stato acquistato grazie alla intercessione di alcuni contradaioli dalla Banca Toscana di Piazza Tolomei che stava ristrutturando i suoi locali.

    Era il 1947 quando si tennero le prime vere e proprie elezioni alle quali parteciparono una sessantina di contradaioli: Cesare Pepi presidente (e sarebbe stato riconfermato in questo ruolo fino a tutto il 1949); Gaetano Salvatori il vicepresidente e Arturo Malatesta il cassiere. Con loro, Aroldo Rovai bilanciere, Cristoforo Arrigucci economo, Francesco Ciardi vice economo e Lilio Rosi segretario. I consiglieri erano Aroldo Chiavistrelli (fra le altre cose grande improvvisatore in ottava rima, che una sera, alla fine di un "contrasto" vittorioso tenuto all’Osteria Bianca con il "Poetino del Casentino" siglò la sua vittoria con un rimato sfottò: "Tu hai avuto a fa' co' Aroldo Chiavistrelli/Cristo lo fece e buttò via i modelli"), Enzo Marzocchi, Ezio Fattorini,

    Carlo Bianciardi, Vittorio Sali, Osvaldo Bocci, Bruno Scali e Sergio Meiattini. Con loro cominciava la Pania "ufficiale".

    E cominciava la serie degli episodi stravaganti, o da ridere, che davano vita a leggende metropolitane che sarebbero sopravvissute nei decenni. Il gatto (abituale frequentatore della Pania, e che qualcuno giura essere morto di cirrosi epatica) finito in testa a Brunetto Rossi; il Vannini più bugiardo di un madonnaio che giurava di aver letto i tappini con , scritto "Birra Italia" sui tavoli della Pania dall'aereo la spaghettata alle tre del mattino fatta dopo aver tirato giù dal letto Nanni Sardelli per comprare la pasta e il "Sugoro" e - poiché non c'erano stoviglie serviva nei piatti di smalto bianco della luce elettrica, con la mano sotto per tappare il buco attraverso il quale, di norma e in presenza di gente normale, passava la lampadina; le acciughe sotto pesto servite con i savoiardi perché era finito il pane. E via pazziando.

     

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    I modesto locale autogestito delle origini poteva  andar bene, appunto, nella prima fase, ma chi aveva pensato e voluto la società aveva in mente idee più grandi. Nel settembre del 1950 (presidente era Roberto Sommazzi che tenne la carica anche per il successivo 1951 e che avrebbe poi ceduto il "comando" - è il caso di dirlo, alla lettera - a Benito Giachetti) la società entrò in possesso di ulteriori tre stanze del primitivo stabile e cominciarono i primi lavori di adattamento (da notare che erano passati poco più di tre anni dal debutto della Pania) e si poté dare alla società un aspetto più decoroso: un banco di bar vero e proprio, un biliardo, alcuni tavoli da gioco. E appena un anno dopo la storia continuava ancora: la società occupò i locali del primo piano e attraverso la terrazzina scoperta, per mezzo di una scala che prima fu di ferro e poi in muratura, collegò gli interni con L’orto sottostante che divenne così il teatro delle attività estive.

    E le attività, intanto, avevano decollato alla grande. Nel tardo inverno del 1949 qualcuno pensò che si sarebbe potuto dar vita ad un avvenimento che a Siena non si celebrava più da decenni: il Carnevale. Inteso, ovviamente, come sfilate di carri allegorici e maschere per le strade della città.

    L'iniziativa fu presa su base territoriale, e non su base contradaiola, poiché non erano pochi a ritenere che la contrada in quanto tale dovesse restare del tutto estranea a questa organizzazione. In realtà, anche se informalmente, fu la Pania a costituire il fulcro di riferimento per quanti ­Nicchiaioli o no - volevano imbarcarsi nell'operazione. Non se ne fece di niente: le riunioni fra i rappresentanti degli abitanti del rione ­all'inizio di marzo - mise solo in evidenza le differenti opinioni e le idee le più inconciliabili l’una con L’altra. Ci fu perfino che propose di trasformare il tutto in una festa dell'uva da fare nel prossimo autunno.

    Si ritornò a parlare dell'iniziativa l'anno successivo, per questa volta, a scanso di problemi, l’organizzazione fu tutta nicchiaiola. La Pania fu in prima linea e tirò fuori dal suo bilancio una cifra che servì ad acquistare i primi mascheroni. Si era nell'autunno quando fu costituito il comitato promotore che avrebbe dovuto sovrintendere all'iniziativa: Giulio Capitani era il presidente e si avvaleva della collaborazione di una serie di altre figure di contradaioli.

    A Carnevale ci si arrivò, e per la prima volta nella vita cittadina, una contrada riuscì, la sera del giovedì grasso, a far sfilare in Piazza del Campo un carro allegorico che metteva, fra L’altro, in caricatura alcuni noti personaggi senesi e che apriva la sfilata di una serie di contradaioli in maschera. Pioveva, ma la pioggia non fermò nessuno: né i Nicchiaioli che si stavano divertendo come matti, né i Senesi che avevano sciamato dal primo pomeriggio in piazza per vedere. Piacque talmente, che la sera del successivo martedì, ultimo giorno di Carnevale, tutto il complesso si rimise in moto e traversò l’intero centro della città. Alla fine delle operazioni, il Nicchio si trovò ad aver sborsato per questa iniziativa 153.000 lire, praticamente tutte coperte in tempo reale, come con orgoglio si sottolineò nella relazione contabile presentata al consiglio della società all'indomani della festa.

    Per L’occasione fu stampato anche un giornaletto: numero unico, lo chiamarono, forse un po' esagerandone la portata e le dimensioni. In realtà erano quattro facciate a stampa con, in mezzo, in carta di differente colore, un foglio staccato contenente una serie di inserzioni pubblicitarie. "Carnevale" era il titolo, e sulla prima pagina, sotto il titolo "Torna a Siena carnevale!" si rivendicava L’originalità di questa manifestazione che non voleva essere – si precisava - "una imitazione di quei famosi corsi mascherati che si fanno in Toscana ed in altri luoghi d'Italia, ma è la ripresa di una tradizione, che per essere aderente al carattere della cittadinanza non potrà mancare di un meritato successo: successo di iniziativa e di interesse agonistico, in quanto, se alla simpatica iniziativa della gente del Nicchio, risponderà con eguale spirito L’amor proprio dei diciassette rioni di Siena, il vecchio carnevale senese, certamente, rifiorirà." La pubblicazione proseguiva poi con il testo della canzonetta ufficiale della manifestazione: una composizione che, su musica di G. Santini, adattava una serie di strofe (anche alquanto audaci) di F. Bencini.

    Le cagnare notturne, di quelle che facevano verosimilmente imbestialire i vicini di casa, dovevano essere mercanzia corrente. Nella quarta pagina della pubblicazione il concetto era ribadito in una serie di comici rinvii sotto il titolo "Che cos'è la Pania", dove fra altri concetti si trova espresso anche quello di "un rompimento" attribuito al pensiero degli abitanti delle case contigue alla rumorosa società.

    La cosa fece scalpore. La stampa cittadina cominciò a martellare L’opinione pubblica affinché fosse costituito un comitato civico che preparasse, a più alto livello, un corso mascherato per L’anno successivo. Altre contrade, visto il successo dell'iniziativa nicchiaiola, pensarono che tanto valeva imitarla e cominciarono a preparare - o a pensare, o a far sapere che ci stavano pensando ­qualche cosa di analogo. In questa clima, la Pania poteva abbandonare o rilanciare.

    Rilanciò. Ovviamente. Si pensò, dunque, che il Carnevale nicchiaiolo del 1952 avrebbe potuto svolgersi nelle strade del rione e che avrebbe potuto essere, per gli spettatori, a pagamento. Giulio Capitani, in previsione del nuovo impegno, nell'estate si mise in contatto can i costruttori di carri del Carnevale di Viareggio e, a sue spese, acquistò un carro da riutilizzare in contrada.

    Arrivò L’autunno - epoca per cominciare a dare sostanza al!e idee - e nel frattempo fu chiaro che le

    ventilate ipotesi di carnevali di altri rioni erano chiacchiere e basta. Solo in San Marco andavano avanti facendo sul serio: gli altri si erano ritirati in buon ordine davanti alle difficoltà organizzative tutt'altro che indifferenti. Fu messo a disposizione un vasto locale, fuori porta Pispini in via Aretina, di proprietà della ditta Sali e Giorgi, e lì, la sera dopo cena facendoci le ore piccole del mattino, i frequentatori della Pania cominciarono la paziente opera di costruzione di carri e maschere.

    Da molte parti, però, arrivava l'invito a non circoscrivere questa manifestazione alle strade del Nicchio e a ripeterla, come del resto era stato nell'anno precedente, in Piazza del Campo. Non che fosse facile organizzare un corso mascherato - e per di più a pagamento - in Piazza del Campo. Fu Leonardo Giovannetti che ebbe il lampo di genio. !'incasso, propose, sarebbe stato versato in beneficenza all'Istituto per gli Orfani dei Vigili del Fuoco. Se si volevano prendere i classici due piccioni con una sola fava, L’intento riuscì: grati per L’iniziativa benefica, i Vigili del Fuoco offrirono il loro prezioso supporto in termini di uomini e di mezzi. Adesso il Carnevale nicchiaiolo era diventato il carnevale dell'intera città. Ma questo impegnava ulteriormente a dare la garanzia che sarebbe stata una cosa di buon livello. Furono allestiti altri due carri, oltre a quello comparto a Viareggio che, nel frattempo, stava subendo le trasformazioni e gli adattamenti alla situazione specifica del caso. Però restava una spina nel fianco: gli abitanti di San Marco confermarono che i loro progetti non erano velleitari come quelli di altri rioni: la sera del corteo nicchiaiolo anch'essi avrebbero fatto sfilare una mascherata di bambini per le strade della città. Il rischio che le due iniziative si facessero concorrenza era più che reale. Con l'altro comitato organizzatore, dunque, i Nicchiaioli intavolarono una trattativa fitta di riunioni, quali nemmeno per fare i partiti per il palio si sarebbero potute avere. Alla fine l'accordo fu trovato: anche il carnevale di San Marco avrebbe avuto come scenario Piazza del Campo, ma esso sarebbe entrato per primo, in modo che i bambini in maschera avrebbero effettuato il giro della piazza e sarebbero usciti da San Martino lasciando poi il via libera ai carri e alle maschere dei Pispini. E così avvenne: la sera di domenica 24 febbraio Piazza del Campo fu chiusa e si trasformò in un teatro al quale si accedeva da sei ingressi muniti, ciascuno, di una biglietteria. E per la gioia di una folla che aveva riempito ogni angolo della piazza il corteo fece ingresso.

    Fu ancora una volta un successo. Anzi, di nuovo, si richiese a furore di popolo di ripetere la sfilata la sera del martedì grasso. Anche l'incasso non fu indifferente. Ma il compito era stato gravoso; forse un po' troppo. Così, quando qualcuno propose di ripetere per la terza volta L’iniziativa, si decise di non farne di nulla. "Carnevali" ne sarebbero stati organizzati, sì, negli anni successivi - splendido quello del 1958 - ma esclusivamente per i bambini della contrada o per i soci della società (fantasmagoriche - pur nella loro ingenuità - le scenografie per il grande veglione del Carnevale 1957 con il ballo a tema "Una notte a Venezia"). Ma L’esperimento "esterno", per il momento (anche se ci sarebbe stata una ripresa negli anno Ottanta) si poteva definire chiuso.

    Tanto più che il mal del calcinaccio era tornato a scoppiare con più furore di un'epidemia. I fondi a disposizione della società dovevano servire per acquistare nuovi locali e per ampliare la sede della società.

     

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    Si era nel settembre, quando Benito Giachetti, all'epoca presidente della Pania, informò il consiglio direttivo della società di aver acquistato un vasto locale, adibito a magazzino, sotto i locali della Pania stessa. La società era interessata a entrare in possesso del fondo? Egli era disposto a cederlo senza alcun guadagno; se no, non importava: lo avrebbe utilizzato lui. Altroché se interessava. Già. Ma i soldi?

    Fu Arturo Malatesta, cassiere della società, che buttò giù un abbozzo di piano finanziario: c'erano i soldi per L’organizzazione del Carnevale 1953; c'era qualche disponibilità di cassa. Se anche la contrada avesse fatto la sua parte...La contrada, ovviamente, la sua parte la fece: L’importanza dell'operazione non poteva sfuggire a nessuno. Entro la fine del mese era stato stipulato il contratto: la commissione che il seggio aveva costituita per provvedere in merito prese contatto con poco meno di trecento Nicchiaioli. E fra tutti misero insieme una cifra che era il 70% delle necessità totali. Leonardo Giovannetti buttò giù un progetto suggestivo e ambizioso: giù le vecchie strutture e unificazione dello spazio in due saloni contigui, con il soffitto costituito dalle volte a vela, e aperti verso il retrostante spazio verde. Bello. Ma costoso. Si prese tempo (un tempo impiegato in discussioni - e polemiche - senza fine) e poi fu dato incarico all'ingegner Silvestro Nozzoli di stendere due progetti: uno minimo e uno di più ampio respiro.

    I due progetti arrivarono, finalmente, nella primavera del 1953.

    Il progetto "economico" era piuttosto semplice: si sarebbe dovuto risistemare solo Il primo piano; si sarebbe ricostruita la scala di accesso e si sarebbe attrezzato Il giardino. Poco da fare e poco da spendere.

    Il progetto "di lusso" invece andava in grande: dell'edificio, praticamente, restava intatta la sola struttura portante, perché, per Il resto, Il piano terreno veniva completamente ricostruito, Il primo piano si trasformava del tutto, e si attrezzava Il  giardino. Bello. Ma costoso da far paura.

    Si adottò una soluzione intermedia. Che poi tanto intermedia non era, dal momento che si avvicinava più alla proposta "di lusso" che non a quella "supereconomica". I locali restarono scanditi su due piani; fu rifatto Il solaio di divisione e furono smantellati i parapetti del primo piano. La scala di accesso al primo piano fu ricostruita. Fu attrezzato un banco bar degno di questo nome e si mise mano all'adeguamento dei servizi sanitari. E infatti i soldi vennero a mancare quasi subito. Di necessità virtù, propose qualcuno: vendiamo un appartamento di proprietà della contrada e una parte del grande magazzino a pian terreno. Figuriamoci: non bastava di meglio per dar fuoco a quella gente che la società L’aveva voluta e curata giorno per giorno come si cura e si ama una cosa propria. Si fece ricorso di nuovo ad una sottoscrizione, e se la cifra raggiunta non fu sufficiente a coprire l’intera necessità, tuttavia bastò per garantire la differenza, che venne colmata con L’accensione di un mutuo fondiario. I lavori ripresero e finirono con Il 1953. Era presidente Benito Giachetti: L’anno dopo gli sarebbe succeduto alla guida della società Alberto Corradeschi ("Donde" per tutti) che avrebbe tenuto la carica ininterrottamente fino al 1959 (e che poi sarebbe stato di nuovo presidente della Pania nel 1962 - 1964).

            torna all'indice        Lo sportivo ruspante

     

    Non ci volle molto prima che si passasse dal concetto di tempo da passare dentro i locali,  a quello di tempo da passare all'aria aperta. Nel Nicchio esisteva da tempo l’ASAP (o, sciolta la sigla, la "Associazione Sportiva Antonio Palmieri") che aveva dato belle prove di sé e altrettante ne avrebbe date in vari campi dello sport. Ma quella che stava nascendo era qualche cosa di diverso: era una concezione dello sport a metà strada fra l’agonismo dIlettante e la scampagnata fuoriporta: era uno sport ruspante la cui attrezzistica era fatta, sì, da biciclette, calzoncini corti e magliette ma, altrettanto, dal necessario per mangiate a strafogo e fiaschi di vino per recuperare i liquidi persi con i! sudore. Insomma: dietro i gareggianti si muovevano salmerie che nemmeno un battaglione in marcia di trasferimento avrebbe potuto vantare: cucina da campo e tavolini smontabIli inclusi. Le foto dell'epoca mostrano atleti che paiono più affaticati dalle libagioni che dall'agonismo: stravaccati su sedie pieghevoli intorno a tavolate lunghe e gremite, con in mostra i resti di quello che fu - evidentemente - un pantagruelico pasto, e costellate da cadaveri di fiaschi dei quali si nota la trasparenza del vetro reso vedovo del contenuto, bottigliette di birra, bottiglie di acqua minerale. In una foto, addirittura, un atleta­commensale regge in mano (e guarda con cupida aria di godimento) una tazzina da caffè: tant'è che nemmeno questo si facevano mancare sotto le fronde degli alberi e con L’erba che arrivava ai polpacci.

    La chiamarono "coppa Pania": forse con Il pensiero più rivolto alle coppe di vino che non alle coppe che si offrono ai campioni.

    Si cominciò nel 1950 con la gara ciclistica - biciclette da passeggio, beninteso: ché nessuno si sognava di

    procurarsi costose attrezzature da professionisti ­Siena-Acquaborra (vinta da Adige Bartalozzi) alla quale seguirono poi altre eterogenee edizioni, tutte all'insegna dell'estemporaneo e del più o meno regolare. Nel 1952, la seconda edizione vide come tappa finale Lucignano d'Arbia (percorso sempre da fare in bicicletta) e vide la vittoria di Luciano Scali dopo che Il vero vincitore - Angelini - era stato squalificato perché corridore tesserato. E poi via di questo passo: Siena-Camposodo (ciclistica a cronometro a squadre) nel 1953 con la vittoria di Vasco Poggi, Vinicio Morrocchi e Gusmano Frontani;

    Siena-Renaccino (marcia a staffetta per squadre) nel 1954. Nel 1955 la gara assunse finalmente un nome che le era pienamente confacente: “gara gastronomicaorgiastica". Le edizioni che si susseguirono non si allontanarono di molto da questo modello: percorsi di guerra, gimcane, gare

    motociclistiche; gare miste di moto-ippica (si fa per dire) e percorso di guerra; automobIlistiche con camuffamento; ittico-ciclistico-ostacolistica. E via di questo passo con una fantasia che avrebbe fatto impallidire Marinetti e tutti i Futuristi.

    Lo sport vero arrivò dopo.

     

            torna all'indice        1957: la Pania compie 10 anni

     

    Così, una iniziativa dopo l’altra, la Pania si apprestò a celebrare i suoi dieci anni di vita. Era un traguardo non indifferente: era la riprova che L’intuizione di quel manipolo di contradaioli che si erano ritrovati in una fredda sera di gennaio del '46 e degli altri che avevano dato corpo reale, in seguito, a quella idea, era stata azzeccata.

    Di strada ne era stata fatta tanta; di trasformazioni se ne erano viste succedere a ritmo vertiginoso.

    Anche dal punto di vista della struttura la Pania era ormai irriconoscibIle da quella delle origini. Nel locale superiore - quello con le volte a vela scandite da una serie di conchiglie, era stata allestita la sala per la televisione: un punto-chiave della aggregazione in un'epoca in cui di televisori nelle case private se ne vedevano solo pochi e, quelli, di regola nelle sole case dei più facoltosi. Il banco del bar era ormai a tutti gli effetti omologa bIle alle analoghe strutture dei locali pubblici: le foto dell'epoca ci testimoniano che Il tirannico monopolio della damigiana del vino a 15 lire Il gotto era stato, se non scalzato, almeno affiancato dalla presenza della macchina per l’espresso; nella scansia dietro le spalle dei baristi trovava posto una panoramica delle marche di liquori più in voga. Anche Il sistema di riscossione non era più quello casareccio delle origini quando ciascun consumatore provvedeva in proprio a depositare Il dovuto nella cassetta: adesso un regolare e monumentale registratore di cassa a manovella garantiva la correttezza di tutte le operazioni di riscossione.

    Il locale da gioco si era dotato di tavoli a piano di stoffa verde per le carte, di un tavolo da ping-pong, di bIliardi a stecca e di quanto altro serviva a garantire la serata a tutte le fasce di età e a tutti i gusti. Dell'antico orto era rimasto poco più del ricordo, sostituito da un piacevole giardino al quale si accedeva da una scalinata ombreggiata da un pergolato.

    Ma Il clou dei locali era costituito da altro.

    Il legame ombelicale fra la società e la contrada si manifestò con la costruzione di una nuova stalla per Il cavallo, proprio nel seno stesso dei locali sociali. Fu riadattato un piccolo locale "là dove - si scriveva proprio nel 1957 - L’ultima rappresentante d'una stirpe felice di lavandaie profuse L’arte sua migliore, nell'antro dove la Sora Caterina trascorreva la maggior parte della sua giornata, è sorta oggi la più bella stalla che si conosca". Effettivamente, per essere bella, bella lo era davvero. La mangiatoia di travertino portava scolpita un'insegna della contrada; le mura erano a mattone nudo "alla vecchia maniera, in uno stilre che purtroppo oggi è poco ben visto dai giovani del foot-ball e dei balli moderni". Il soffitto era di noce a cassettone intagliato "nel più puro stIle senese"; Il pavimento a spinato "ricorda la Piazza del Campo". Alle pareti ferri battuti nella migliore tradizione del neogotico che, come si vede, costituiva ancora Il gusto imperante nella contrada. Era stata l'opera testarda di un gruppo di Nicchiaioli che, per metterla insieme, avevano profuso energie e ore di lavoro.

    I dieci anni di vita della società furono solennizzati con un numero unico speciale "Noi della Società del Nicchio", una pubblicazione che si apriva con Il ricordo della sfida lanciata più di un decennio prima, firmato dal presidente Alberto Corradeschi. La pubblicazione ripercorreva le tappe segnate: í carnevali, le gare sportive (si fa per dire), gli adeguamenti di locali. Il tutto, ovviamente, nello stIle dei numeri unici dell'epoca, poveri di fotografie (che costavano un occhio) e ricco invece di profIli e caricature a china dei Nicchiaioli più noti; cioè quel tipo di cosa che, fatta oggi, susciterebbe un vespaio di polemiche in nome della più lagnosa delle par condicio che fa subito chiedere a chi non è stato ritratto perché e percome, invece, quell'altra persona è siata degnata di tanta attenzione. E che ha finito per trasformare le pubblicazioni e i numeri unici in anodini repertori di volti tutti sullo stesso piano: dal Carneade qualsiasi al contradaiolo che al Nicchio ha dato L’anima e una vita. Le pagine, poi, erano piene di poesiole, aneddoti e battute: talmente naif da non riuscire a far ridere, oggi, nemmeno un dodicenne ma che, al contrario, costituivano lo spasso di un pubblico che possedeva ancora - beato lui - Il gusto di divertirsi con semplicità. A farlo, quel numero unico, erano stati alcuni contradaioli che avevano, e avrebbero in seguito, firmato più di una realizzazione grafica ed editoriale del Nicchio: gente che sapeva usare la penna o la matita come Adige Bartalozzi, Alberto Corradeschi, Rinaldo Meacci, DuIlio Sprugnoli e Osvaldo Starníni. Di strada ne era stata fatta della modesta sede del 1947. Osvaldo del Nicchio (pseudonimo sotto Il quale non è difficIle riconoscere uno dei personaggi appena ricordati) sottolineava i dieci anni passati in due gustose poesie vernacolari che, sotto Il titolo unificante di "Ecce Pania" Illustravano Il "prima" e Il "dopo".

     

    "Dieci anni prima"

    "Sie meglio, o che ti credi, un so' mia matta" - disse una donna a un'altra pe' la strada ­"a andà 'n quella bua ch'anno fatta,

    e 'I mi marito 'un voglio che ci vada!" "ci van di giorno, si mettono a cantà bevano e 'un ti vengano più via,

    se quando so' lì potessino stiantà sarebbe pace 'n famiglia e così sia!" "A' ragione - disse L’altra - o senti

    el ml’ Nanni, sai, ti c'entrò iersera so' L’otto e 'un lo vedo, se mi tenti si va lì dentro, si ripiglia a poi..."

    "Cianno messo L’inferno e prima 'un c'era e 'un ti ci vengo nemmeno se tu moi!!"

    e, a fronte, seguiva un

    "Dieci anni dopo"

    "Ha' visto bel loale ch'anno fatto? ora si che ci si pole andare!

    A quest'omini gli è passato 'I matto , e Domenica, sai ci vo a ballare"

    "E' lo so anche a me me L’hanno detto e ci andai un poino L’altra sera, hanno 'ambiato tutto fin dal tetto,

    tu avessi visto quanta gente c'era!" ..."Ma chi si vede. Ti se' divertita? ha' visto quanti fiori e quanti arazzi? mi ci scaldai e so' sempre 'ntontita". "Anche io ma ci voglio ritornare, mi fecero divertì anche ' ragazzi,

    ora la Pania 'un si può che amare!!!"

     

            torna all'indice        Ballando, ballando

     

    La comare querula e petulante della seconda poesia di Osvaldo del Nicchio metteva in evidenza un altra attività sociale che, nel frattempo, aveva cominciato a prendere piede: Il ballo.

    Le domeniche pre-televisione, quando ancora ci si poteva salvare da ore di melassa del vacuo chiacchiericcio del teleschermo, potevano essere impiegate in una attività gradevole come, appunto, Il ballo, ulteriore momento di aggregazione per la gente del rione. Le orchestre erano quelle di casa, un po' alla buona. Anzi, talvolta talmente alla buona da suscitare le risentite lagnanze di qualche consigliere della società che faceva presente come, proprio la presenza di musicisti scadenti, richiamava alla Pania un numero di "ballerini" inferiori a quelli previsti.

    Tuttavia, Il ballo domenicale continuò a lungo ad

    essere un appuntamento da non perdere (anche se L’economo si imbufaliva perché - come ebbe a lamentarsi una volta in una seduta di consiglio del 1962, più di un figlio di un sette usava gettare nella tazza del water le bustine dei semi di zucca salati, con prevedibIli conseguenze).

    Si ballava al piano di sopra, un po' disinvoltamente fiduciosi della capacità di tenuta del solaio: anzi, quando nel 1965 la società ebbe una ispezione per verificare la adeguatezza delle strutture, un consigliere furbacchione fece - con bella faccia tosta - visitare agli ispettori Il piano inferiore, assicurando che lì era dove si ballava. E tutto fIlò liscio, limitandosi Il referto dell'ispezione a raccomandare un adeguamento dei punti-luce e poco più. D'altra parte, dal 1964 la contrada disponeva anche di una pista da ballo esterna, rappresentata da uno spazio razionalmente organizzato con la zona di rispetto per i tavolini, e perentoriamente scandito, al centro, da un gigantesco stemma della contrada (poi fatalmente destinato alla consunzione ad opera, negli a nni, dello scalpiccio di migliaia di scarpe). Tuttavia, L’afflusso continuava ad essere inferiore al previsto. Si cambiarono orchestre, si discusse, poi, nel 1965, si decise di dire "basta". L'attività fu sospesa e la sala fu data in gestione ad un'orchestra che la amministrò - peraltro con poca fortuna - in proprio per qualche anno ancora.

    La gestione indiretta di strutture della società, del resto, era in voga in quei tempi. La sala da ballo, anzi, era solo un aspetto marginale di ben altro aspetto del fenomeno.

     

            torna all'indice        Gestione  diretta o  gestione indiretta : questo è  il dilemma

     

    Agli inizi - forse - gestire Il servizio della Pania era stato relativamente facile. Ma quando la società cominciò ad assumere una dimensione più vasta e le sue attività a farsi più complesse e la frequentazione, pertanto, a intensificarsi non fu più molto agevole trovare chi fosse disposto a sobbarcarsi, sera dopo sera, l’incarico di aprire, gestire Il servizio al bar, garantire la pulizia del locale e quant'altro.

    Un po' per volta, i contradaioli cominciarono a declinare l'invito a rendersi disponibIli per far parte del consiglio (che automaticamente implicava l'obbligo a farsi carico di quanto sopra). Qualcuno ventIlò L’idea che si potesse appaltare Il servizio del bar ad un gestore esterno, ricavandone Il regolare affitto. Si era all'inizio degli anni Sessanta, quando si cominciarono a sentire in giro le prime voci in merito. voci che, detto per inciso, non mancarono di sollevare subito un vespaio di polemiche soprattutto in quanti vedevano in questa scelta uno snaturamento degli scopi volontaristici originari della Pania.

    Nel 1960, addirittura, Il presidente appena eletto ­Malatesta, nel suo discorso di insediamento Il 25 aprIle di quell'anno, rimproverò aspramente quanti avevano tatto circolare tale ipotesi, bollandola come argomento in grado di seminare discordia. Malatesta spezzava una lancia decisa contro L’ipotesi di gestione indiretta, considerandola uno sbaglio in quanto, diceva, "L’utIle alla contrada lo si porta e lo si porterà sempre solo se saremo capaci di mantenere

    la nostra organizzazione come è attualmente". Tuttavia, Il neo eletto presidente, lasciava aperto uno spiraglio possibIlista sottolineando che, anche qualora si fosse realmente ravvisata la necessità di sperimentare una nuova forma di gestione, a questa ci si sarebbe dovuti avvicinare gradatamente e dopo attente riflessioni.

    Ma l’invito nobIle a mantenere lo spirito originario con Il quale la Pania era nata non poteva bastare a risolvere i problemi. Si continuò a discutere negli anni successivi fin quando si arrivò al redde rationem: Il 25 febbraio del 1965, di fronte alla constatazione della impossibIlità a formare la lista elettorale per Il nuovo consiglio (permanendo la riottosità dei contradaioli consultati ad assumersi in prima persona un compito così impegnativo), fu chiesto a tutti i membri del consiglio uscente di esprimersi per appello nominale. In non pochi continuarono a difendere a spada tratta L’ipotesi di gestione diretta da parte dei contradaioli: si pronunciarono in tal senso Adige Bartalozzi, Paolo Maccherini, GIlberto Giannini, Roberto Capannoli, Sergio Vanni, Alfredo Saracini, SIlvio Griccioli, Brunetto Rossi, Guido Cresti, Walter Poggi, Remo Vanni e Luigi Capannoli. In tutto, dodici persone. Gli altri presero realisticamente atto della situazione di impasse (ma molti fecero mettere a verbale la loro amarezza nel doverlo fare) e si pronunciarono per la gestione indiretta: Alberto Corradeschi, Arturo Malatesta (che, dato lo stato delle cose, aveva dovuto recedere da quanto sostenuto in merito quattro anni prima), Osvaldo Mori, Osvaldo Susini, Alessandro Capitani, Sirio Susini, Salvatore Bini, Benito Giachetti, Dino Giachetti, Enzo Marzocchi, Victorugo Poggi, Nello Franchi, Agenore Pistolesi, Enrico Valacchi, Italo Migliorini, Lilio Rosi, e Mario Maccherini. In tutto, diciassette. Arturo Poggi e Paolo Marzocchi si astennero.

    Gli "indirettisti" avevano vinto, ma la scelta con la quale si chiuse la serata fu improntata a grande senso di saggezza e di responsabIlità. Furono create due commissioni di studio. La prima era composta da consiglieri che continuavano a preferire la gestione diretta: ad essa veniva demandato Il compito di esperire le vie per poter continuare come in passato, e le veniva da subito conferito Il potere - qualora avesse avuto successo nell'indagine - di trasformarsi ipso facto in commissione elettorale per stIlare la lista del futuro consiglio.

    La seconda commissione, formata da quanti si erano pronunciati per la gestione indiretta, doveva studiare tempi e modi per dare attuazione alla scelta.

    Le due commissioni presentarono i loro lavori Il successivo 10 marzo. Fu chiaro che la strada della gestione indiretta era L’unica percorribIle, nonostante i generosi sforzi di coinvolgere i contradaioli nell'impegno fatti dai commissari incaricati e nonostante L’opera di sensibIlizzazione svolta, come si specificò quella sera, da Walter Poggi e GiIberto Giannini, giovani e pertanto "assai vicini alle giovani leve".

    Si scelse L’altra strada: un canone mensIle da riscuotere dal gestore; l'incasso dei bIliardi a suo appannaggio; pulizia e spese di Illuminazione e manutenzione delle macchine a suo carico. Parve un buon affare.

    Si andò dunque alla gestione affidata a Lido Lorenzetti, gestore di un locale a Poggibonsi, che per un canone mensIle di 60.000 lire cominciò ad assicurare, dal 1965, la gestione della Pania (anche se a qualcuno ingenerava sospetto l’affidamento della società del Nicchio ad una persona che si riteneva di fede ocaiola, come si fece notare in uno dei consigli immediatamente precedenti all'affidamento).

    Ma L’esperimento andò, e, si direbbe, con buona soddisfazione.

    Nel 1966 Il bar fu affidato a Pietro Brogi per un breve periodo, prima di passare a quello che fu Il gestore di più lunga durata: Vittorino, che Il ben noto incidente fra i canapi aveva ormai tagliato fuori dal mondo del Palio. L'ex fantino del Nicchio mantenne la gestione fino al 1974, e per lui fu fatto un trattamento di favore: in considerazione di chi era Il personaggio e del legame che aveva con la contrada, Il canone di affitto mensIle fu abbassato così sensibIlmente da risultare poco più che simbolico.

    Poi, nel 1974, L’ultimo affidamento a Renzo Bellini. E lì si finì. Ci si rese conto che L’esperimento non era stato poi così felice in termini economici. Forse non mancò un rimpianto per la Pania gestita dai contradaioli che l’avevano fondata o, quanto meno, dai loro figli.

    E si ritornò all'antico.

    Ma verso la società, ora, era maturata una nuova affezione; giovani leve si stavano sempre di più avvicinando a questo che non era più come all'origine, un "tempio degli uomini maturi" dal quale i "moccoloni" erano tenuti a debita distanza. La casa di tutti i Nicchiaioli era davvero da tempo la casa dei Nicchiaioli di tutte le età. Dopo le presidenze di Mario Maccherini, di nuovo Alberto Corradeschi, e di Giulio Capitani, nel 1968 presidente era stato eletto SIlvio Griccioli, Il più giovane che fosse mai stato scelto finora per questa responsabIlità. Egli stesso era L’espressione in carne, baffi e ossa di una nuova pagina che si apriva nella storia di questo sodalizio.

     

            torna all'indice        Le antenate della Fiera

     

    Per un bel po' di tempo la Mostra dei Vini Tipici aveva richiamato su Siena L’attenzione di tutto Il Paese. Era stata una manifestazione

    d'eccellenza; aveva fatto di Siena una delle capitali enologiche di Italia; aveva quasi portato, nell'opinione pubblica, a identificare la nostra città con Il migliore vino.

    Era stato un fiore all'occhiello di Siena, che, però, con i secondi anni Cinquanta si era progressivamente appassito, Le possibIlità di vedere ancora la Fortezza Medicea addobbata di padiglioni, con le fontane che zampIllavano scenografie idIlliache si stavano facendo via via più fievoli. Insomma: Siena non ce la faceva a continuare la manifestazione.

    Nel Nicchio, L’abitudine a pensare in grande (qualche volta in grandissimo; quasi ai livelli del fantastico) era una caratteristica costante. E qualcuno, alla Pania, propose - forse scherzando; forse non credendoci nemmeno lui; forse con la serietà dell'incoscienza - propose, si diceva, che Il Nicchio subentrasse a farsi carico di ciò che non riusciva (o non voleva) più a fare la municipalità: che si continuasse a fare la mostra dei Vini Tipici ma nel giardino della Pania.

    Era una di quelle idee che provocano due reazioni: o ammirazione sconfinata, o L’immediata chiamata di due omini in camice bianco e con la camicia di forza.

    Andò a metà fra queste due ipotesi, e una battuta di Lilio Rosi fece decollare un qualche cosa che stava a mezza strada fra Il serio e Il faceto. "Tutt'al più ­disse Rosi - più che la mostra dei Vini Tipici, noi si potrebbe fare quella dei Tipi Vinici".

    E lo presero sul serio. Nel 1958 - sull'onda, peraltro, dell'entusiasmo per Il palio vinto di fresco nell'agosto dell'anno prima - la mostra dei "Tipi Vinici" aprì davvero i battenti. L'intento era quello di riprodurre - in scala, beninteso - L’esposizione cittadina. La punzecchiatura polemica non mancò: lo stand più ammirato o che, all'opposto, fece stizzire qualcuno fu Il padiglione dei "Fiaschi di Siena", dedicato non tanto al ben noto contenitore di vetro quanto, piuttosto, all'analoga figura metaforica. Su una serie di fiaschi dipinti, infatti, campivano, a mo' di etichetta, le citazioni di altrettanti problemi irrisolti della città (da quelli turistici, a quelli viari e urbanistici: si chiamavano "piano regolatore", "autopompe'; "Illuminazione pubblica", "autostrada" - quando si sperava che la costruenda autostrada del Sole potesse passare da Siena -, "galoppatoio" e così via).

    Fu un successo. L'idea piacque talmente che, nel 1959, fu ripetuta, ma questa volta con un'impronta meno goliardica: i vini erano i veri protagonisti della manifestazione. Si sarebbe potuto andare avanti così, ma nel 1960 la "vera" mostra dei Vini Tipici, quella in Fortezza, riaprì i battenti (per richiuderli subito perché fu Il suo canto del cigno). Di fare una contro-mostra nicchiaiola non c'era nemmeno da pensarlo; né, del resto, avrebbe avuto molto senso. Così Il Nicchio si "inserì; per così dire, nella manifestazione cittadina gestendo in proprio uno stand (quello dell'Albana Corona).

    La presidenza della società era intanto passata prima ad Arturo Malatesta e poi a Mario Maccherini quando, di fronte alla nuova interruzione della Mostra, come si è detto, si riprese in considerazione L’idea di proseguire la manifestazione su scala nicchiaiola. Che Il successo delle due precedenti  edizioni non avesse possibIlità di essere ripetuto all’infinito era cosa che non sfuggiva a nessuno: si doveva trovare un'altra soluzione, qualche cosa che fosse nuova, che si rivolgesse ai contradaioli ma non solo ad essi. Si ebbe L’intuizione di sfruttare ancora una volta uno degli aspetti più caratteristici dell'associazionismo contradaiolo, in genere, e nicchiaiolo in particolare: quello della convivialità. L'amore per la buona cucina, coltivato, come si è visto, quasi in modo maniacale dai frequentatori della Pania delle origini poteva diventare un elemento strutturale importante. E così, agli inizi degli anni Sessanta, nacque la prima idea di una Fiera Gastronomica da svolgersi, ancora una volta, negli spazi esterni.

     

            torna all'indice        Dalla fettunta alla nouvelle cousine

     

    In principio fu la semplicità. Le prime edizioni si chiamarono (con un velato - voluto? - rinvio un po' dissacratorio ad una ben nota funzione religiosa) "Novanta ore alla Pania". Poi, visto Il favore con Il quale l’iniziativa era stata accolta, prese Il via la vera e propria Fiera Gastronomica. Le prime edizioni duravano poco più di una decina di giorni, in genere dall'inizio di agosto alla festa di San Gaetano o alla tratta, ed erano praticamente !a riproposizione in veste meglio ordinata di quel modo di stare insieme in società fatto di piatti alla buona e rispettosi della cucina tradizionale. Salsicce e fagioli, bruschetta, trippa, baccalà, panzanella, pane e porchetta. Cioè, detta in termini semplici, puri pretesti "solidi" per accompagnare quello che era Il piatto forte di ciascuna di queste prime manifestazioni: Il vino. Anzi, i vini, perché quella vocazione antica ad apprezzarlo si stava nobIlitando nella volontà di conoscerlo meglio e di saperlo gustare nel modo giusto. Non pochi contradaioli seguirono corsi di sommelier e cominciarono a discettare da intenditori di annate, gradazioni, vitigni, metodi di invecchiamento e quant'altro. Ogni edizione, del resto, presentava non solo una quantità di stand (architettonicamente sempre più ricercati e dal design consono all'estetica del tempo: e tutto opera di volonterosi Nicchiaioli che sapevano tenere in mano la matita, Il compasso e la riga pur senza essere né geometri né architetti) dedicati alla degustazione del vino, ma, soprattutto, offriva una scelta fra decine di vini selezionati.

    Lo spazio cominciava a mancare, perché Il terrazzo di accesso al giardino riusciva a contenere un po' di tavoli (ma non molti) mentre la pista da ballo allestita nello spazio sottostante serviva ad ospitare L’aspetto realmente "fieristico" della manifestazione: corse di barberi di legno, corse di topi (all'epoca si potevano fare). Perfino le organizzazioni cittadine si rivolge­vano, ormai, alla Pania per ospitare i banchetti in mar­gine ad alcune manifestazioni. Fu così, ad esempio, con la chiusura del "Meeting dell'Amicizia" (una prestigiosa manifestazione internazionale di atletica leggera che per alcuni anni fece transitare da Siena al­cuni dei nomi più famosi dello sport di allora) che Il 25 luglio del 1965 - su richiesta degli organizzatori ­chiuse con una cena degli atleti alla Pania.

    Poi fu introdotta una novità: forse potremmo definirla - in termini iperattualistici - "la cena interattiva". Nel senso che, alla fine degli anni Sessanta, i commensali potevano - previo adeguato pagamento - pescare di­rettamente con la canna, da una vasca, le trote vive che, una volta catturate, venivano portate in cucina per essere ammannite e consumate poco dopo. C'era, naturalmente, anche chi non riusciva nemmeno in questa poco ardua impresa, ma per Il nottolo di turno c'era pronta l’assistenza del servizio che pescava la trota prescelta con Il retino e procedeva alla bisogna. Costo dell'operazione (trota ai ferri compresa) 500 lire. All'inizio, per la verità, non tutto fIlò liscio. Quando le povere bestie furono infIlate nella trotiera costruita di fresco, Il cemento della vasca cominciò a sciogliersi intossicando le malcapitate. Risolto Il pro­blema cemento, si credette che le cose potessero an­dare a posto. Errore: le maledettissime bestiacce con­tinuavano a rendere l'anima al dio delle trote, boc­cheggiando, spanciando a pelo d'acqua e tirando le cuoia. Poi qualcuno ricordò che, se non adeguata­mente ossigenata, la vasca non poteva garantire la so­pravvivenza dei pesci. Si corse ai ripari, e finalmente i pescioni si poterono avviare in piena serenità al loro destino: quello di essere messi alla griglia con tanto olio d'oliva e un po' di erbe aromatiche.

    La Fiera, come si vede, si stava trasformando e L’afflusso dei visitatori non si limitava più alla sola gente del rione: aumentato Il numero dei giorni di attività, la Pania era diventata un appuntamento per tutta la città. E non solo per la città, se all'inizio degli anni Settanta dalle frequenze di radio Montecarlo un noto personaggio del momento era incaricato, nel pome­riggio, di ricordare che "questa sera, a Siena, tutti alla Pania".

    Per un certo tempo si cambiò anche Il troppo case­reccio "fiera" con Il più sofisticato ed esotico "Pania Club". Fu novità che durò lo spazio di un mattino: alla svelta si tornò al ben più suggestivo nome tradizio­nale. Di una "fiera" si trattava: dove ci si ritrovava, si beveva, si mangiava, si giocava.

    La gente capiva, ed era questa la dimensione che vo­leva.

    E infatti la prima conseguenza fu quella dello spazio insufficiente. Ma mica si persero d'animo, gli orga­nizzatori. Se era poco lo spazio al suolo, si poteva rad­doppiare soprelevando Il ristorante. Fu inventato un vero e proprio ponte sospeso di tubi muniti di un pra­ticabIle dal quale i commensali cenavano guardando le attività del piano sottostante. Dove tutte le manife­stazioni fieristiche appena ricordate (compreso Il ballo che non mancava mai) si stavano intanto svolgendo. Ai fornelli si esibiva una nuova leva di cuochi Nicchiaioli che stavo raccogliendo L’eredità di quel Nello Franchi che era stato Il mitico capostipite (meglio: ar­chetipo) del cuoco nicchiaiolo: quello che seguiva le scarpinate ciabattone delle coppe-Pania con la cucina da campo, per intendersi. I nomi dei nuovi signori del fornello furono quelli di gente che, iniziando come dIlettante, finì per acquisire una competenza da pro­fessionisti: Franco Cetoloni, Stefano Marzocchi, Pie­tro Sancasciani (per inciso: sarebbe stato presidente della società all'inizio degli anni Ottanta), Pia Leo­nardi, SIlvana Marzocchi, Mara Neri, Zaira Corrade­schi, Franca Bartalozzi e tutti gli altri e altre che sa­rebbe eccessivamente lungo elencare in dettaglio. Quando a metà degli anni Settanta la Giraffa orga­nizzò una serie di incontri gastronomici, i cuochi del Nicchio si piazzarono ai primi posti in tutte le edi­zioni.

    Ma la maggiore risonanza della Fiera comportò una progressiva - ma radicale - trasformazione di essa: si cominciò ad invitare i cuochi dei ristoranti più cono­sciuti e popolari (d'obbligo la serata con Totò che, al­l’epoca, spopolava nel suo ristorante a Sinalunga: un locale dove - fatto più unico che raro all'epoca – non si ordinava alla carta ma ci si sedeva e si mangiava quel che Il menu prevedeva per tutti). La cosa prese piede: i cuochi famosi e i ristoranti à la page diven­nero L’elemento caratterizzante delle fiere gastrono­miche, L’inaugurazione di ciascuna delle quali era di­ventato ormai un momento "ufficiale" con tanto di au­torità cittadine civIli, mIlitari e religiose. Arrivarono Righi Parenti e Ielio Lusini. Ma non solo.

    Alla fine degli anni Settanta - 1978, 1979 - la Fiera co­minciò a invitare anche cuochi non senesi: Il primo fu Sabatino, di Roma; dietro di lui vennero gli Asti­giani, e poi tutti gli altri (rinomati e gettonatissimi quelli della costa che proponevano menu di pesce). Per contemperare Il cambiamento con Il rispetto della tradizione, del resto, si arrivò ad un compromesso: al piano superiore Il ristorante con cuochi celebri di ri­storanti famosi, piatti raffinati, vini sceltissimi e, natu­ralmente, prezzi in proporzione: al piano inferiore Il "rustico" dove si continuavano a servire - a prezzi più popolari - i piatti della tradizione preparati dai cuochi della contrada.

    Solo per i contradaioli che facevano servizio agli stand, al ristorante, agli altri punti di ritrovo (famige­rata la "luminosa") non era cambiato niente. Alcuni di loro continuavano a prendere le ferie per lavorare ad allestire la Fiera e per fare servizio da sera fino alle prime ore del mattino. Per molti di loro, Il tradizionale gioco dei "gavettoni" a notte fonda dell'ultima serata era quasi un momento di tristezza per una bella cosa che si concludeva, più che una festa per la felice riu­scita della manifestazione.

    Erano cambiate molte cose: alcuni dei giovani che avevano dato vita alla prima stagione della Pania, adesso, erano persone mature, e alcuni di loro, la loro creatura, la dirigevano: dopo Corradeschi la presi­denza della società passò a Giulio Capitani (sì, quello del carro viareggino del 1952) che però lasciò Il testi­mone ad un giovanissimo SIlvio Griccioli, al quale su­bentrò Rolando Fattorini, seguito, a sua volta da Nello Speri, da Guido Franci e da Enzo Marzocchi, un altro dei  "padri della Pania".

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    Gli anni Settanta si aprirono all'insegna di un nuovo dinamismo e di una nuova partecipazione, soprattutto dei giovani, alle attività della Pania.

    Le iniziative non mancarono: la società divenne una "sala concerto" per le esibizioni di cantanti di fama internazionale (arrivò anche Mia Martini).

    Nel 1974 uscì Il primo numero de "la Spannocchia" (direttore responsabIle un giovane e battagliero FIlippo Geraci), un giornalino della contrada fatto alla Pania destinato a vivere stagioni alterne; a vedere lunghi sIlenzi fra una serie e l'altra; a presentarsi in formati diversificati che andavano dal formato-lenzuolo della prima serie, al tabloid della seconda (e su carta riciclata), alla lussuosa patinata con colore della serie in corso.

    Ma Il campo nel quale maggiormente si dispiegò l'iniziativa nicchiaiola in questo periodo -fiera gastronomica a parte, beninteso ­fu quello sportivo.

    Nel Nicchio lo sport aveva una tradizione: l’ASAP era stata - e a lungo era rimasta - una cosa seria.

    Con gli anni Settanta, questa tradizione seria riprese vigore. L'ASAP languiva e c'era bisogno di una iniezione di agonismo fatto con tutti i crismi. In principio fu Il calcio, che già all'inizio degli anni Sessanta aveva visto le leve giovanIli della contrada disputare una serie di tornei. Nel 1971 una squadra ufficialmente targata "Pania" partecipò alla Coppa Città di Siena - uno degli appuntamenti di prestigio per atleti non professionisti - e subito la vinse. L'anno dopo, nella stessa manifestazione, fece Il bis, e se nelle edizioni successive Il successo non fu così pieno, tuttavia la squadra di calcio della Pania restò a lungo, per le altri compagini, l'osso duro a rodersi. I preparatori atletici portavano i nomi di Adige Bartalozzi, Pier Luigi Masi, Giulio Andreini, Alessandro Corradeschi, Alessandro Poggi. Fu L’esordio di una passione che ha continuato, negli anni, a coniugare Il calcio con la compagine nicchiaiola. Anzi, con “le” compagini nicchiaiole perché da allora non si contano i tornei, le coppe, le manifestazioni calcistiche alle quali la Pania partecipò con sue rappresentanze.

    Ma se Il calcio rispettava Il suo ruolo di protagonista principe, non per questo era l'unica specialità sportiva praticata.

    Quasi negli stessi anni in cui si rivitalizzava Il calcio, la promozione della squadra di basket senese in serie A faceva di quest'ultimo sport un altro amore cittadino.

     Il basket nicchiaiolo esordì nel 1974 con Il Torneo fra Società di Contrada: vi poteva partecipare chi voleva, e la Pania mise rafforzò la sua compagine indigena, una volta, con due giocatori mensanini (Paoli e Franceschini), e un'altra volta addirittura con due americani. Il clou della squadra, tuttavia, restava composto da Nicchiaioli DOC. E fu questo gruppo di entusiasti che, alla seconda edizione del Torneo, nel 1975, allenati da Morrocchi, arrivò al primo posto. La storia del basket della Pania continuò con altri appuntamenti (Torneo Amatori, Torneo delle Contrade e così via) ma intanto altre specialità sportive stavano maturando fra i ragazzi Nicchiaioli, come la pallavolo e Il ciclismo, una specialità, quest'ultima, nella quale la Pania ha sempre vantato una squadra di ferro (e una figura carismatica: Giancarlo Cambi, Il più temibIle baffo a due ruote che si sia visto per le nostre strade) che, per di più, ogni anno dà prova della sua valentia nella Siena-Follonica. Una "classica" che, nel rispetto dell'antica tradizione, si conclude davanti ai tavoli di un ristorante. Perché, gira e rigira, le origini non si possono tradire.

     

     

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    All'inizio degli anni Settanta - anche grazie allo svIluppo delle attività - lo spazio ricominciò a mancare. AchIlle Neri (che sarebbe stato priore vittorioso nel 1969) aveva lavorato fin dai primi anni Sessanta ad un progetto di ristrutturazione: per la verità, forse, aveva pensato un po' troppo in grande, se sia la Soprintendenza sia Il Comune, spaventati per ciò che egli proponeva, gli avevano, allora, bocciato L’idea. Ora, Neri si rimise all'opera per un progetto che razionalizzasse gli spazi interni e che valorizzasse al massimo quelli esterni. Per questi ultimi, in verità, i Nicchiaioli non avevano smesso un momento di pensare in grande: la valle si prestava benissimo ad ospitare una piscina che avrebbe richiamato non solo Il pubblico contradaiolo e del rione.

    Il progetto si avviò: furono stanziati fondi; i contradaioli si organizzarono in squadre di volontari per tutte le opere preliminari (misurazioni, sterri, scavi di fosse...). E a questo punto la piscina si trasformò in una doccia fredda: Il progetto fu bloccato dalla Soprintendenza che ravvisava in esso uno snaturamento della vocazione a verde di questo lembo di città contigua alle mura.

    Le polemiche si levarono al cielo, ma la piscina non si fece.

    Si fecero invece gli altri lavori: si intervenne sul piano strada, valorizzandone le voltature, e si prospettò un uso integrato fra Il piano coperto e la terrazza che dava accesso ai giardini. Il vasto locale del primo piano - coperto dalle volte a vela e nel quale spiccava un minuscolo ma interessante affresco - fu adibito a sala giochi e a locale di riunione. Altri vani furono utIlizzati per uffici. L'idea era quella di integrare i locali della società anche con una nuova sala e di utIlizzare gli spazi verdi a valle (Val di Pania, ormai da sempre ribattezzati gli orti retrostanti incorniciati dalle mura) per farvi passeggiare Il cavallo nei giorni del palio. Quest'ultima parte (che era, come si vede, la logica prosecuzione dell'intuizione di tanti anni prima di chi aveva voluto la "stallina" tutt'uno con i locali della società) non si realizzò, e, anzi, la stalla del cavallo, fino ad epoche recentissime, fu ospitata a lungo qua e là per i Pispini in locali talvolta consoni, talaltro di fortuna.

    Per aumentare lo spazio, poi, si andò a frugare negli inutIlizzabIli (o sotto-utIlizzati) scantinati. E qui avvenne la scoperta. Gli scavi, infatti, restituirono una serie di reperti archeologici: frammenti ceramici di epoca medievale e rinascimentale. In poche parole ci si era imbattuti nell'antica fornace da vasai che la documentazione scritta, effettivamente, diceva essere esistita sei secoli fa nei Pispini.

    Fu allertata la Soprintendenza, fu mobIlitato l’insegnamento di Archeologia Medievale dell'Università. E la conclusione fu Il recupero e Il censimento (fatto congiuntamente - per la prima volta a Siena - fra archeologi professionisti e contradaioli) di una serie di reperti ceramici, affidati in deposito da parte della Soprintendenza alla contrada, e i più significativi pezzi dei quali fanno oggi bella mostra di sé nelle teche del museo di contrada inaugurati nel maggio del 1988.

     

            torna all'indice        I ruggenti anni ottanta

     

    Gli anni Ottanta si aprirono con un cambiamento strutturale nell'assetto della società: entrarono sulla scena, come protagoniste, generazioni più giovani. La Pania non era più solo dei "maturi" ma sempre di più anche dei giovani e dei ragazzi. Pietro Sancasciani, Roberto Damiani, Franco FIlippini, Gigi Forconi furono i presidenti giovani che gestirono Il passaggio verso una nuova concezione di società di contrada. Riformata la struttura del consiglio (1986), Il numero dei consiglieri scese a tredici - ciascuno responsabIle di un preciso settore - con un solo vicepresidente. Ma la volontà di ristrutturare l'assetto istituzionale della società portò, appena tre anni dopo, nel 1989, a rielaborare lo statuto e a dare un nuovo assetto alle cariche, aumentando Il numero dei consiglieri e raddoppiando quello dei vicepresidenti.

    Il nuovo volto dinamico e giovanIle della Pania si manifestò in una serie di iniziative: gli appuntamenti del sabato sera con la pizza in società (dal 1981); le settimane bianche; i tornei di bIliardo, ping-pong, carte, bIliardino; la serie degli appuntamenti "A cena con..." per parlare di palio, di contrada, di altro (iniziativa che nel 1980 fu inventata sotto la presidenza di Enzo Marzocchi).

    Nel 1983, poi, la Pania tornò ad un vecchio amore sportivo: Il calcio. Fu la società del Nicchio, infatti, che in questo anno organizzò Il primo torneo di calcetto nel palazzetto della Mens Sana. Per lesinare sui costi (altra caratteristica strutturale degli amministratori panioti) come reti per le porte furono utIlizzate quelle che, nella festa della vittoria del 1981, avevano costituito Il "cielo" del rione. Partecipavano, divise in tre gironi, le squadre di quindici contrade: La Pania, Castelmontorio, Cavallino, San Marco, Il Leone, Dupré, Trieste, Salicotto, Cecco Angiolieri, Castelsenio, Barbicone, Il Rostro, Camporegio, Provenzani e Rinoceronte. Come si vede, solo Lupa e Pantera non misero in campo loro compagini. Per dieci "giornate calcistiche", fra Il 15 marzo e Il 5 aprIle, le squadre si affrontarono in incontri: le prime due classificate di ogni girone passarono alle semifinali del 7, 8 e 12 aprIle. La finale, vinta dal Barbicone, fu disputata Il 16 aprIle.

    L'iniziativa nicchiaiola durò fino al 1984; poi intervennero altre forme organizzative non più "autoctone". E tutto si smontò.

     

            torna all'indice        Il mal del calcinaccio, quattro

     

    Lo spazio mancava sempre. Appena una fase di lavori di ristrutturazione si era conclusa, subito si cominciava a progettare un ampliamento, una modifica, un altro qualche cosa che potesse rendere più facIle Il servizio per la Fiera, lo sporzionamento per le cene, la cucina, le celle frigorifere, lo stand di qualche cosa o Il padiglione di qualche cos'altro.

    Così, a metà degli anni Ottanta, si completò la discesa a valle: si ristrutturò tutto Il piano verde, Si riportò in luce un terrazzamento natura le che decenni di incuria avevano fatto sparire sotto la vegetazione spontanea e si trovò Il modo, in questo contesto, di riportare alla luce e di valorizzare una peschiera cinquecentesca; fu rifatto un capanno e si iniziarono i lavori per la attuale pizzeria. Ci si espandeva, sì, ma non solo nel rispetto delle forme della valle ma addirittura riqualificando annessi agricoli che, nel tempo, avevano dato a questo spazio verde più L’aspetto di un disordinato orto di guerra che quello di un lembo di città incorniciato dalle mura trecentesche e delle architetture eleganti degli edifici dei Conservatori Riuniti (pro tempore, in parte, occupati dalla biblioteca della facoltà di Lettere).

    Ci voleva, tutto questo. Ci voleva, perché la Pania si stava preparando a celebrare una scadenza di quelle importanti: la Fiera stava per compiere Il quarto di secolo.


     

            torna all'indice        La Fiera fa le nozze d'argento

     

    Era Il 1989 quando, ancora euforici per la vittoria dell'anno prima, i Nicchiaioli si apprestarono a celebrare la 25a edizione della Fiera gastronomica. Lo fecero (presidente Gigi Forconi) con un'edizione particolarmente curata in termini di manifestazioni e di ristoranti invitati. Ma lo fecero, soprattutto, pubblicando una sobria brochure ("Nozze d'argento (1964-1989) - 25° Pania") che ripercorreva le linee essenziali della vita della manifestazione: dalle prime edizioni ruspanti a quelle sofisticate dell'attuale momento. Forconi, nell'introduzione, sottolineava le sfide affrontate e vinte, e non si nascondeva le difficoltà nel reggere Il passo con i tempi e le nuove esigenze da parte di un appuntamento che ormai costituiva un "momento chiave" per tutt'intera l'estate cittadina (e non solo contradaiola). Viste in raffronto alle sofisticate realizzazioni di venticinque anni dopo, le foto della prima vita della Pania provocavano una struggente immagine di affetto. Si tocca va con mano, guardando le immagini ma ancor più scorrendo l'agIle prosa del pezzo di DuIlio Sprugnoli, Il cammino fatto. E si restava sbalorditi che tale cammino fosse stato fatto contando sempre e soltanto sulla buona volontà, l'energia e la passione contradaiola delle generazioni di Nicchiaioli che tutto ciò avevano voluto.

     

            torna all'indice        Il mal del calcinaccio, cinque (e sei)

     

    Lo spazio non era mai abbastanza. E non solo per le esigenze delle manifestazioni, ma anche (e la cosa non era secondaria) in termini di locali per ospitare le varie commissioni e le altrettanto numerose riunioni che ciascuna di esse convocava per organizzare le manifestazioni stesse ci si era messo, nel frattempo anche Il gruppo teatrale intitolato a "Dino Corsi" - nicchiaiolo di teatro - e guidato dall’indimenticabIle Ivo Boscagli, che se la cavava proprio benino e figurava sempre con dignità nelle varie manifestazioni di teatro contradaiolo che si tenevano in città).

    La Pania non era più la stanza poeticamente affollata di contradaioli che bevevano un bicchiere di vino e tiravano tardi giocando a carte. Bene o male, la società di contrada (tutte le società di contrada, non solo la nostra) con la trasformazione della struttura sociale del centro storico e con quella urbanistica della città, ormai assolveva ad una vera e propria funzione vicaria della contrada: chi non abitava più - ed era la maggior parte - nelle strade del rione vedeva (e vede) nella società Il primo punto di aggregazione per i giorni al di fuori del periodo paliesco. I giovani, per parte loro, se si voleva che frequentassero la società dovevano potervi trovare iniziative in grado di competere con quelle offerte da altre strutture Alla base delle nuove scelte per la Pania, dunque, c'era (e non poteva essere diversamente) una vera e propria riflessione sociologica da fare. E una domanda da porsi: perché un contradaiolo doveva poter trovare un motivo (che non fosse quello, pur nobIle, del romantico attaccamento a queste mura) per frequentare? E come si poteva fare perché ciò che positivamente si era raggiunto - pur in mezzo a problemi innegabIli - dalla fine degli anni Sessanta in poi (cioè l'integrazione e la convivenza di fasce di età diverse, culture diverse, uomini e donne insieme) continuasse a funzionare e a dare i positivi frutti che - se ben gestito - non poteva non dare?

    Si parlò di nuovo di ristrutturazioni e si ricominciò a vedere i geometri che prendevano misure e studiavano con occhio vigIle e critico strutture e spazi. Marco Isidori e Mario Corbelli furono incaricati del nuovo progetto. Ma per realizzarlo si doveva sloggiare dalla Pania, perché non era nemmeno pensabIle fare i lavori con la gente dentro. Qualcuno si sentì una piccola spina nel cuore: da quando esisteva, la Pania non era mai stata costretta a lasciare la sua sede.

    La sezione del Partito Democratico della Sinistra (da poco ex PCI) “Borri”; insediata nel locale in piazza Santo Spirito, e all'interno della quale da sempre funzionava un circolo ARCI, aveva difficoltà - rarefatti ormai i partecipanti e alzatasi di molto l'età media dei medesimi - a gestire i locali e l'attività che in essi si svolgeva. Se la contrada se la sentiva, dissero, avrebbero potuto ospitare la Pania là dentro, in cambio di una gestione che fosse, ovviamente, aperta anche ai soci della sezione e del circolo.

    Non fu una decisione facIle a prendersi. Si trattava di parcheggiare - sia pure pro tempore - la società della contrada dentro una sede di partito. E poco c'entrava che non a tutti fosse simpatico Il simbolo che quel partito inalberava nello stemma o quello precedente - la falce e Il martello - che era tuttavia rimasto scolpito in rosso sulla targa di marmo che indicava la dedica della sezione. Il problema era un altro: era la perplessità che qualcuno potesse identificare la parte politica con la contrada.

    Ma lì, alla “Borri”’; gli spazi c'erano; c'era un impianto di bar perfettamente funzionante; c'era un salone (in altri tempi adibito a feste da ballo) che poteva ospitare banchetti e manifestazioni affollate. Prevalse questa scelta e, sia pure in mezzo a moltissime difficoltà, dovute soprattutto nei primissimi tempi alla coabitazione con una struttura nella quale si continuava - ovviamente - a fare attività politica, si andò avanti. Toccò al nuovo presidente Angelo Lorenzetti (che era succeduto alla breve presidenza dell’indimenticato e come pochi altri amato Roberto Lorenzini) a gestire Il delicato momento dell'esIlio in piazza Santo Spirito. E facIle, di certo, non fu. E Il Lorenzetti (vulgo, Angiolino) in quell'occasione maturò più di un diritto alla pubblica riconoscenza contradaiola. Nel 1992 iniziarono i lavori (si erano appena conclusi nel 1988 quelli del museo della sede storica, su progetto di Adamo Tortoli) e non furono finiti prima del giugno 1993. E finalmente erano pronti i locali: un vasto salone di ingresso coperto di parquet a legno; uno spazio - la vecchia terrazza - utIlizzabIle al coperto anche in inverno; una valorizzazione formidabIle del piano superiore - compreso Il restauro dell'affreschino -; una collocazione diversa del bar; servizi igienici finalmente degni di questo nome. Ma non era stata ancora detta l'ultima parola. Fra Il 1996 e Il 1997, Corbelli e Isidori ripresero Il progetto per portare a termine Il secondo stralcio. E di nuovo passò un inverno all'insegna del provvisorio: si riaprì la spazio esterno giusto in tempo per la fiera gastronomica dell'estate `97. All'interno, Il cantiere restava aperto per altro tempo. Non c'era di che stupirsi: i lavori erano sempre stati Il riflesso in muratura della nostra riflessione sulla nostra vita, sulla nostra identità, sul nostro modo di essere Nicchiaioli. E la nostra riflessione, da quel gennaio del 1947 ­mezzo secolo fa - non si era mai fermata un minuto, pronta a ripartire non appena aveva l'impressione di aver raggiunto un punto fermo. Forse è proprio per questo che per noi della Pania ­come per Eduardo De FIlippo gli esami - i lavori non finiscono (e forse non finiranno) mai.

     

    Ed infatti, rinnovati gli splendidi locali nel 1998, siamo di nuovo a pensare, armati di metri e rotelle, che ora tocca proprio alla nostra bella Valle rifarsi un po’ di trucco. Per renderla più bella certo, ma anche e soprattutto per poterla vivere ancora di più. Risiamo lì, a nafantare in questo eterno fare che speriamo accompagni anche le future generazioni, guai a fermarsi! Oddio , un pochino però un sarebbe proprio male eh!!!…..